Psicopillole: usare gli psicofarmaci in maniera etica e strategica

Un italiano su cinque assume psicofarmaci per una spesa complessiva che solo in Italia supera i 3 miliardi e 300 milioni di euro.  Un vero e proprio boom di vendita degli psicofarmaci che vengono ormai prescritti e assunti anche per gestire le normali difficoltà, ansie e malesseri della vita quotidiana.

La tendenza a medicalizzare qualsiasi emozione o sensazione negativa tipica della nostra società del benessere sta portando sempre più all’illusione che la condizione esistenziale “sana” sia quella della “felicità a tutti i costi e in ogni momento” e che coloro che non vivono in questa condizione abbiano un problema psicologico, o anche peggio, biologico, che deve essere corretto con un farmaco.

Da diversi anni stiamo assistendo alla tendenza irrefrenabile e allarmante di estendere l’idea della malattia mentale a un numero crescente di aspetti della vita umana. per cui praticamente nessuno di noi può essere considerato “sano” secondo l’ultima versione della cosiddetta “Bibbia della psichiatria”, il DSM-5. Se seguiamo i criteri di questo manuale, infatti, quasi il 25% della popolazione sembra soffrire di un disturbo mentale almeno una volta nel corso della vita.

Ecco allora che la reazione di lutto per la perdita di una persona amata diventa una depressione, la timidezza diventa fobia sociale, il bambino vivace e ribelle che l’insegnante non può contenere diventa il bambino malato che deve essere curato, preferibilmente con uno psicofarmaco che lo trasformerà in uno studente modello.

La fiducia nel progresso della medicina tipica del nostro secolo, alimentata e amplificata a dismisura dagli interessi economici dell’industria farmaceutica, sta portando sempre più a credere che esista un psicopillola per risolvere qualsiasi disagio e, allo stesso tempo, che ogni disagio possa essere superato solo grazie a una psicopillola.

In realtà le cose non stanno così: non tutte le sofferenze emotive, relazionali e psichiche sono malattie che richiedono una terapia farmacologica per essere risolte.  In effetti, i farmaci possono essere superflui se non addirittura dannosi se usati per trattare disturbi che non appartengono alla sfera “biochimica” dell’individuo, ma al complesso insieme di relazioni che la persona ha con se stesso, gli altri e il mondo.

Con le parole del padre della medicina Ippocrate, “similia similibus curantur” (le cose simili sono curate dalle cose simili): se un problema viene generato a livello familiare, culturale, sociale, interpersonale, il modo migliore per affrontarlo è agire allo stesso livello; al contrario, se il problema viene generato biologicamente, il trattamento privilegiato sarà quello psicofarmacologico.

Su questa scia, i risultati della più recente ricerca scientifica hanno mostrato che il farmaco rappresenta la parte centrale della cura solo in alcune situazioni molto severe, come nei casi di psicosi, disturbo bipolare o depressione grave. In tutti gli altri casi è la psicoterapia, e non gli psicofarmaci, il trattamento di elezione. Questo vale, ad esempio, per tutti i cosiddetti “disturbi d’ansia” (attacchi di panico, ossessioni e compulsioni, fobie, ipocondria, ecc). Difatti, alla base di questi disturbi non c’è un anomalo funzionamento della risposta ansiosa, come la loro denominazione lascerebbe intendere, bensì una alterazione nella percezione della paura di certe situazioni (interne o esterne) che scatenano una reazione ansiosa.

Come evidenziato anche dal neuroscienziato Joseph LeDoux, il farmaco può inibire le reazioni ansiose, ma non può cambiare la percezione della paura. Pertanto, un intervento che voglia essere efficace ed efficiente non può limitarsi a bloccare la reazione ansiosa, ma dovrà intervenire sulla percezione paurosa della persona. In questi casi gli psicofarmaci possono persino peggiorare la situazione, quando la persona le usa come “stampelle” diventando così sempre meno capace di “camminare” da sola.

Stessa cosa vale per i disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, vomiting e binge eating) in cui le linee guida internazionali indicano la psicoterapia (individuale o familiare a seconda delle situazioni) come il trattamento più efficace senza la necessità di ricorrere a farmaci psicotropi. Le terapie che si sono dimostrate più efficaci per il trattamento di questi disturbi, alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, sono la psicoterapia cognitivo-comportamentale e la terapia breve strategica.

Non bisogna infine dimenticare che in ambito psicologico la parola “cura” viene usata in maniera spesso interscambiabile per riferirsi al concetto di “guarigione”, intesa come totale risoluzione di un disturbo, piuttosto che alla sola “gestione” dei suoi sintomi.
Gli psicofarmaci, infatti, appartengono alla categoria dei trattamenti “sintomatici” e non curativi, non sono cioè in grado di “guarire” i disturbi psichici ma si configurano, a seconda dei casi, come interventi volti a “gestirne” i sintomi o a supportare il processo di guarigione, che pero avviene grazie ad altri tipi di interventi, come quelli psicoterapeutici.

Ma “guarire” e “gestire” non sono ovviamente la stessa cosa, e il professionista che voglia assumere una posizione etica e strategica nei confronti dei pazienti dovrà quindi privilegiare, dove possibile, gli interventi in grado di portare alla totale estinzione del disturbo e al ristabilimento della condizione di benessere della persona. Solo quando, in “scienza e coscienza”, la guarigione non sembra essere raggiungibile, sarà importante ricorrere ai trattamenti che permettono di gestire o tamponare il disturbo nella maniera più efficace possibile.

Come sostenuto dal grande psichiatra Philippe Pinel “E un’arte di non poca importanza somministrare medicine in maniera appropriata, ma e un’arte più importante sapere quando non somministrarle del tutto”.

 

Dott.ssa Roberta Milanese (Psicoterapeuta, docente e ricercatore Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)

Bibliografia:
Caputo, R. Milanese (2017), Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Ponte alle Grazie, Milano.




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