Dipendenza da internet e portable devices

Smartphone ed internet creano dipendenza? Tanti ci chiedono: «Quanto tempo si deve restare connessi ad internet, usare lo smartphone o il portable device per parlare di dipendenza?». Numerosi sono gli studi relativi alle nuove tecnologie, ad internet e ai loro effetti sull’uomo, ma nessuno sembra definire qual è il tempo “giusto” di connessione (la quantità e la frequenza), oppure qual è il corretto uso per evitare rischi alla salute. Dunque, non vi sono risposte definite a chi pone queste domande.

In linea di massima, il sospetto dell’esistenza del problema può esserci quando la persona interessata, pur di restare ad usare il suo mezzo (internet, cellulare, ecc), arriva a privarsi di quei suoi piaceri comunemente definiti sani (uscire con amici, dedicarsi ai propri cari, praticare sport e hobby, ecc.): quando preferisce il mondo virtuale al reale, quando reagisce nervosamente o in maniera insolita se costretta, oppure se prova a fare a meno senza riuscirci, quando trascura attività lavorative, relazioni importanti e persino se stessa.

Internet e l’uso dei portable device possono facilmente sfuggire al controllo del soggetto divenendo vere e proprie compulsioni. L’uso protratto da parte di quegli utenti che scoprono il magnifico mondo del web (shopping on-line, giochi, gioco d’azzardo, pornografia, chat, informazioni sempre aggiornate, ecc.), oramai divenuto handy (sempre a portata di mano) grazie ai telefonini cellulari, finisce per dettare le regole del gioco fino a rendere schiavi.

Oggi avere uno smartphone è economico, conveniente, accelera i processi lavorativi, rende sempre ed ovunque reperibili, dà sicurezza. Grazie alle varie app che possono essere scaricate (download) sul proprio smartphone diventa facile, pratico, immediato e gratuito avere accesso a tanti servizi: enciclopedie e biblioteche, posti di lavoro, banche, social network, biglietterie, whatsapp, esperti della salute, ecc. Indubbiamente tanti benefici! Tuttavia, è  frequente che la persona che fa largo uso di telefonini, di portable device e/o di internet, più di altri, spesso non completa le attività che svolge; incorre in incidenti a volte anche gravi o addirittura fatali; si isola dalla famiglia e dagli amici; prova sensazioni di terrore, ansia o panico.

Secondo uno studio condotto dal Pew Research Centre[1], gli americani spendono una media di quasi tre ore e mezza al giorno sui propri smartphone per controllare e-mail, social networks, guardare video e per accedere ad applicazioni o al web. Il ricercatore Alonso-Fernandez (1999) osserva che è soprattutto lo smartphone ad agevolare le nuove forme di dipendenza. Lo smartphone e il tablet sono dispositivi portatili (portable devices) che danno la possibilità di soddisfare il “bisogno di rete” ogni qualvolta esso si presenti (Cagnoni, Nardone, 2002).

Le ridotte dimensioni lo rendono uno strumento in grado di gratificare le compulsioni ovunque (Bianchi, Phillips, 2005; Takao, Takahashi, Kitamura, 2009) e, se questo per qualche ragione non fosse possibile, è facile che si presenti la “nomofobia”, ossia, la paura di non avere un telefono cellulare o di essere connessi. In questi casi si va in panico, si prova ansia e aumenta lo stress.

Sono numerosi i benefici offerti da internet e smartphone, paradossalmente, il pericolo che possano rendere dipendenti è strettamente collegato ai vantaggi che offrono. Essi aumentano il successo scolastico (Nalwa, Anand, 2003), consentono  a persone lontane di restare in contatto e di fare nuove conoscenze (Chou, 2001). Internet, in particolar modo, è ritenuto uno strumento importante per la crescita culturale e personale (Morgan, Cotton, 2003; Manago, Taylor, Greenfield, 2012).

Kraut ed altri suoi colleghi ricercatori (1998) del Carnegie Mellon University osservano però come la troppa comunicatività abbia portato all’incomunicabilità di chi ne abusa, il quale può arrivare a soffrire di solitudine e depressione. Quando si preferiscono i social media alle persone reali, quando non si riesce a frenare l’esigenza di controllare e-mail, facebook, messaggi whatsapp, si può cominciare a parlare di dipendenza da Internet.

Internet Addiction Disorder (IAD)[2] è una definizione piuttosto estesa che copre un’ampia varietà di comportamenti relativi alla mancanza di controllo dell’impulso ad entrare in rete. La ricercatrice Young (1996) pioniera nella ricerca sugli IAD  ne identifica cinque tipi: dipendenza da cybersex; dipendenza da relazioni virtuali; gioco d’azzardo online; dipendenza da informazioni da scaricare; dipendenza dai videogames.

La dipendenza creata da internet e portable device cresce esattamente come quella di droghe e alcol. Come queste ultime, in più, sono anche la logica e le reazioni neurochimiche sottostanti. Ad esempio, nell’attesa di ricevere il messaggino, di inviare la bella foto scattata e da condividere, di andare a cercare l’informazione, la parola che manca o non ricordata, o di fare altro, nella persona dipendente da questi strumenti tutto questo fa crescere uno stato di eccitazione che a livello neurochimico si traduce col rilascio di dopamina (neurotrasmettitore che sembra influenzare l’umore).

La soddisfazione dello stimolo può giungere dopo un intervallo più o meno lungo ed è gratificante, mentre, quando il periodo di astinenza supera una certa soglia (variabile in funzione del livello di dipendenza raggiunto), allora compaiono comportamenti che segnalano stati d’ansia e perdite di controllo, fino ad arrivare ad azioni più o meno violente. Continuando ad usare/abusare e mettendo in atto sempre gli stessi comportamenti aumenta il livello di tolleranza. Pertanto, ciò che prima dava piacere dopo un po’, reiterando, è come se esaurisse la sua efficacia. Subentra il bisogno di aumentare la dose (l’esposizione ad internet in questo caso) per evitare sintomi sgradevoli. Esattamente la stessa cosa che accade nel caso di dipendenza con sostanze.

 

L’efficacia della terapia strategica

In crescita sono i pazienti che nel presentare il loro problema – definito come fobia sociale, ipocondria, problemi relazionali con genitori, partner ed altri, disturbi alimentari, ecc – ci dicono più o meno direttamente di trascorrere tante ore al giorno su internet utilizzando un portable device:  i più usati sono smartphone e pc, spesso usati dal posto di lavoro.

La maggior parte si connettono ad internet  per accedere a social networks, per giocare on-line, vedere video su youtube, whatsappare con amici, ecc. Dedicano a queste pratiche tanto del loro utile tempo fino a procurarsi mal di testa. Raramente la persona che ha questo problema chiede aiuto direttamente per la dipendenza. Si tratta di pazienti altamente resistenti (Papantuono, 2007[3]), poiché la compulsione da cui sono presi ha di base la sensazione del piacere.

La consapevolezza, quindi, è insufficiente per farli attivare verso il cambiamento spontaneo del loro comportamento patologico di cui non riescono a fare a meno. Per questa ragione accade che a richiedere l’intervento non sia la persona dipendente, ma chi gli sta intorno. Questi ultimi provano in tutti i modi ad ottenere cambiamenti, ma spesso sono costretti ad osservare una situazione che di fronte ai loro occhi peggiora giorno dopo giorno. Profondamente provati da ciò che subiscono e disperati finiscono per chiedere aiuto.

Come primo passo, il terapeuta andrà a bloccare quei tentativi di soluzione che non hanno prodotto risultati e, dopo aver individuato i vantaggi secondari creati nel tempo, (Papantuono, Portelli, 2016[4]) andrà gradualmente e rispettosamente ad eliminarli. La collaborazione dei genitori e/o di coloro che vivono nello stesso ambiente è di rilevante importanza quando il paziente si ostina a non riconoscere il problema o se rifiuta la terapia.

Il trattamento dei pazienti non in grado di riconoscere il problema e/o oppositivi è meglio che inizi in maniera indiretta, con i conviventi. Si indica loro di evitare di interferire nella vita del paziente e di limitarsi ad osservare attentamente senza intervenire, proprio per conoscere bene il nemico da combattere. In genere si scopre che il problema si alimenta dai tentativi compiuti per affrontalo che per il paziente si trasformano in vantaggi da bloccare ed eliminare. Bloccando i tentativi di soluzione messi in atto da chi sta intorno spesso si riesce ad intervenire e a ridurre i vantaggi secondari. Questo porta alla luce il bisogno di aiuto.

Il paziente senza i vantaggi riesce a sentire più nitidamente lo stato di disagio che vive da dipendente. Al culmine richiederà aiuto a chi gli sta intorno, i quali gli consiglieranno di rivolgersi ad esperti per l’intervento. A questo punto, il terapeuta consapevole dei possibili tentativi di boicottaggio da parte del paziente che cercherà di restare legato al piacere viziato che conosce, per evitare il drop-out dovrà muoversi con cautela a piccoli passi e mostrare sicurezza e delicatezza.

Durante l’indagine, il terapeuta, farà in modo di trovare punti di contatto (risorse) per creare una relazione funzionale (trasformare l’oppositività in collaborazione). Per cercare di vedere quello di cui il paziente è capace (motivazione) potrebbe sfidarlo, talvolta anche provocando terapeuticamente. Il terapeuta riconoscerà le esigenze del paziente esprimendo comprensione per le sue difficoltà/incapacità/impossibilità. D’altra parte, però proprio perché il terapeuta è colui che riconosce i bisogni, ma è anche quello a cui è stata rivolta la richiesta di aiuto, questo esperto sarà quello che guiderà.

Insieme al paziente si concorderanno le condizioni: i tempi e le modalità. La nostra prescrizione prevede la possibilità di scegliere il device preferito connettersi alla rete e fare tutte le attività desiderate, ma, per una mezz’ora né un minuto di più né un minuto meno e ad orari stabiliti. In questo modo ritualizziamo il rituale. L’obiettivo terapeutico di questa manovra consiste nel mettere ordine nel disordine per far sperimentare al paziente la possibilità di riprendere il controllo perso.

Dopo i primi cambiamenti, si introduce la tecnica dell’intervallo. Consiste nel rimandare la visualizzazione e/o la risposta all’arrivo di una notifica, in prima fase per sette minuti, poi quindici, venticinque e così via. Dopo qualche tempo, si va a complicare l’accesso al device. È una tecnica che si basa sullo stratagemma cinese “partire dopo per arrivare prima”. In altre parole, si chiede al paziente di disinstallare quelle apps che agevolano l’accesso a siti e ad alcune attività che svolge con lo smartphone. Aumentando i passaggi e il tempo di connessione si complica la modalità di accesso al sito, al gioco, ecc.

Raggiunto un maggior controllo sul dispositivo, si invita a spegnere il telefono in determinati momenti della giornata, ad esempio durante i pasti, la sera prima di mettersi a letto, a scuola, ecc. Mentre si procede, gradualmente, si fa in modo che il paziente ritorni ai sani piaceri. Riducendo l’esposizione agli strumenti elettronici e il tempo di connessione, oltre a limitare l’esposizione ai raggi blu causa della riduzione del sonno e di un maggior affaticamento psicofisico, il paziente riprende il controllo di sé, ritorna ad avere relazioni reali, conquista tempo. In sintesi, si riappropria della vita che stava sprecando.

 

dott.ssa Claudette Portelli
(psicoterapeuta, ricercatrice ufficiale e docente del Centro di Terapia Strategica)

 

[1] Il PewResearchCentre con sede a Washington, è un centro di ricerca su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici.

[2] Termine coniato nel 1995 da Ivan Goldberg.

[3] http://www.psicoterapiabrevemarche.it/web_3.0/pages.web/ita/portfolio.htm

[4] Per approfondimenti vai al sito:  http://www.theocdclinic.it/pages.web/ita/news.htm

 

Bibliografia

– Alonso-Fernández F., 1999, Le altre droghe. Cibo sesso televisione acquisti gioco lavoro, Ed. Univ. Romane
– Anderson M. (2015). Technology Device Ownership: 2015, In Pew Research Center 10.29. 2015
– Bianchi A., Phillips J.G. (2005). Psychological predictors of mobile phone use, In Cyberpsychology & Behavior, 8, 39- 51.doi:10.1089/cpb.2005.8.39
– Chou C. (2001). Internet heavy use and addiction among Taiwanese college students: An online interview study, In Cyberpsychology&Behavior, 4,573-585.doi:10.1089/109493101753235160
– Goldberg I. (1995). Internet Addiction disorder, http://www.cog.brown.edu/brochure/people/duchon/humor/internet.addiction.html
– Kraut R., Patterson M., Lundmark V., Kiesler S., Mukopadhyay T., & Scherlis W. (1998). Internet paradox: A social technology that reduces social involvement and psychological well-being, In American Psychologist, 53,1017-1031
– Manago A.M., Taylor T., Greenfield P.M. (2012). Me and my 400 friends: The anatomy of college students’ Facebook networks, their communication patterns, and well-being, In Developmental Psychology, 48, 369- 380.doi:10.1037/a0026338
– Morgan C., Cotton, S. (2003). The relationship between Internet activities and depressive symptoms in a sample of college freshmen, In  Cyberpsychology & Behavior, 6,133-142. doi:10.1089/109493103321640329
– Nalwa K., Anand A.P. (2003). Internet addiction in students: a cause of concern, In Cyberpsychol Behav. 2003 Dec;6(6):653-6. DOI: 10.1089/109493103322725441
repubblica.it/spettacoli/cinema/2015/11/15/news/_perfetti_sconosciuti_-127285017/
– Nardone G., Cagnoni F. (2002). Perversioni in rete: psicopatologie da Internet e il loro trattamento, Ponte alle Grazie, Milano
– Papantuono M. (2007). Identificare e utilizzare le resistenze del paziente. In http://www.psicoterapiabrevemarche.it/web_3.0/publications/ita/articolorestistenzapaziente.pdf
– Papantuono M., Portelli C. (2016). Intervento strategico-sistemico per le famiglie e i giovani dipendenti da Cannabinoidi. In http://www.theocdclinic.it/publications/eng/dipendenze_da_sostanze_stupefacenti.pdf
– Takao M.,Takahashi S. & Kitamura M. (2009). Addictive personality and problematic phone use, In Cyberpsychology & Behavior, 12, 501-507.doi:10.1089/cpb.2009.0022
– www.pewinternet.org/2015/10/29/technology-device-ownership-2015
– Young K. S. (1996). Internet addiction: The emergence of a new clinical disorder, In 104th annual meeting of the American Psychological Association, August 11, 1996. Toronto, Canada.




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